Immagini, suggestioni, parole che prendono vita e diventano racconti di storie vissute. Racconti di viaggio, di carbone e di vapore, di legno e di risate, di bambini festanti e di incontri che nascono a bordo di un treno. Per questo abbiamo pensato di coinvolgere scrittori, giornalisti, videomaker per raccogliere i frammenti e le storie di chi si inerpica per le montagne calabresi a bordo della 353: tutto questo è "Racconti a vapore", storytelling a bordo del treno della Sila.

Sabato, 20 Agosto 2016 13:06

RACCONTI A VAPORE - La vecchia signora ha di nuovo la tosse

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I sorrisi dei bambini, il sudore dei macchinisti e il ricordo di chi morì per un sogno, una tratta ferrata attraverso i boschi della Sila. Il reportage di Alfredo Sprovieri per "Racconti a vapore", lo storytelling a bordo del treno della Sila.

Sergiuzzu ha dormito niente, indossa guanti neri tirati a lucido. Luigi sorride e sbuffa opache nuvole bianche di fumo; quando l’ultima scintilla della sua sigaretta tocca terra, la voce di Pino è tremula: hanno occhi chiari come la divisa delle che sfoggiano con immutata fierezza, si parte. 

Dopo otto anni di fame e di sonno, la Vecchia Signora 353 ha la pancia piena di fuoco: di nuovo fischia, stride, sbuffa. A bordo in 120, diretti dove nessun treno osa. La stazione a scartamento ridotto di Silvana Mansio li aspetta a 1405 metri sul livello del mare. È la più alta d’Italia. Ci si avvia da Moccone venticinque minuti dopo le dieci del mattino, giorno 13 di agosto dell’anno 2016. In fila alla fontana anziani fanno tracimare l’acqua fresca e limpida dai termos, imbambolati dalla locomotiva vestita di nero. Dietro di lei bambini intimoriti si abbarbicano agli adulti che indaffarati con gli zaini aspettano di verificare il proprio titolo di viaggio: nella vita può capitare di riuscire a salire sul treno giusto e poi sedersi al posto sbagliato. Una calca di incuriositi si prima affaccia dal parapetto e poi si avvicina al binario per chiedere della prossima corsa: il grande giornalista Tiziano Terzani sosteneva che nessun posto al pari di una stazione riflette lo spirito di un paese. 

Il 26 gennaio del 1911 la Società per le Strade Ferrate del Mediterraneo aveva ottenuto per legge 150 chilometri di binari che dovevano unire Cosenza e Crotone inerpicandosi su un crinale di natura incontaminata. Dalla valle del Garga, del Neto e del Tacina fino al vallone di Mezzaricotta e infine lungo la costa del litorale jonico. Una grande opera che avrebbe cambiato il corso del destino di questa terra, ma prima di lei fu puntuale la grande guerra. Così solo il 17 maggio del 1956 le Ferrovie Calabro Lucane si accontentavano di poter inaugurare una tratta ridotta che partiva da Camigliatello e arrivava a San Giovanni in Fiore.  

Sessant’anni dopo il viaggio è ancora più breve. Con un lungo sibilo e colpi di tosse sempre più frequenti, la Vecchia Signora ci fa notare che manca poco proprio per Camigliatello. Il tratto che la separa da Moccone è fuori dal comune. Di solito i treni lambiscono il retro spoglio delle abitazioni, qui come in Patagonia il convoglio entra invece nelle viscere del suo tempo. Si affaccia nelle sale da pranzo, visita letti ancora sfatti, spia nei tinelli con le piastrelle colorate. Dai finestrini e dalle piccole terrazze fra le carrozze d’epoca i passeggeri salutano le famiglie affacciate dal balcone o sedute nei giardini dell’uscio. Agli attraversamenti stradali tutto si ferma: gli automobilisti avvertiti dal fragoroso metallo scendono dalle vetture e testimoniano il passaggio del treno della Sila. Fanno video, scattano foto, battono le mani. 

Sono molti i ferrovieri che hanno perso la vita nei lavori di costruzione di questa linea montana. Sono stati testimoni di una singolare ondata migratoria dal nord al sud, personale delle Ferrovie che per partecipare ai lavori si è  trasferito fin dal Veneto in Calabria con tutta la famiglia. Il romanzo “Il violino del cielo” scritto da Aldo Mazza, apprezzato scrittore del posto, racchiude le epifanie di questa storia. Considerevole purtroppo anche il numero dei lavoratori morti nei tre terribili incidenti ferroviari accaduti su questi binari. Il 5 dicembre del 1943 uno schianto indicibile finì la vita del fuochista, del frenatore e del capotreno. Questi ultimi erano cognati; un loro parente ha raccontato ad Igino Iuliano, documentato studioso di memoria popolare, la testarda ricerca di ogni suo effetto personale. Le scarpe marrò, ritrovate sul luogo del disastro solo un anno dopo l’impatto, sono ancora in un armadietto, custodite dalla famiglia a ricordare i decenni passati senza nessuna giustizia su quell’evento.  

“Nessuno pagherebbe del denaro sonante per andare da Berlino a Potsdam in un’ora quando può arrivarci gratis in un giorno in sella al suo cavallo”. Lo sostenne l’imperatore Guglielmo I di Germania, nell’apprendere dell’invenzione dei treni. Davide dalla Lombardia sembra essere d’accordo; è salito sul convoglio d’epoca nel mezzo di una vacanza che credeva fatta di sole spiagge. Si gode la bassa velocità e la veduta lenta di una valle immersa nei pini larici, nei faggi secolari, negli abeti bianchi e nell’edera. Due amici uno accanto all’altro si chiedono quanto tarderà la stagione dei funghi, ma la galleria frena ogni discorso. In mezzo al silenzio il fumo veste le mura scure con batuffoli di cotone biancastro. Per aiutarla ad abituarsi alla fuliggine il ferroviere spiega ad una ragazza che per lui quello è meglio di un infuso francese: perché sa di lacrime e di sudore. Perché profuma di lavoro.  

Ringhio, Sculco, Croce di Magara. Ci si passa sgambando pontili sospesi su torrenti d’argento. I pascoli corrono imbizzarriti mentre spuntano immobili boscaioli con lunghe barbe che potrebbero essere ingrigite in Wyoming. Hanno sguardi di pietra arcigni quanto la locotender costruita nel 1926 dalla Borsig di Tegel, vicino Berlino. Tonino spiega ogni sua caratteristica tecnica poi dirige le operazioni di cambio. Arrivata in orario a Silvana Mansio, la Signora si stacca mansueta dalle carrozze verde inglese durante l’inno di Mameli e, mentre i passeggeri scendono a piccole frotte verso odori di pietanze difficile da restituire a parole, si rifocilla del suo prezioso carburante: 5 metri cubi d’acqua. Poi scortata da una fiumana curiosa viene condotta sulla piattaforma, dove i ferrovieri la girano su se stessa facendo forza su due lunghe assi, proprio come si fa con una santa portata in processione. 

Nel viaggio di ritorno lo stupore sembra già diventata piacevole abitudine. I bambini fanno baccano, marito e moglie si beccano. Una madre mostra in foto al figlio le immagini che dal finestrino ora scorrono al contrario. Tutti parlano di facezie, come su ogni treno del mondo. Una donna vestita di rosso se ne resta zitta; è seduta in disparte, probabilmente con i suoi ricordi. Ad ogni fermata tutti segretamente speriamo che il posto vuoto che ci è accanto sia destinato all’incontro della nostra vita.  

I treni da molto tempo non sono più l’unico modo per unire due città lontane, ma restano ancora il migliore per avvicinare la storia di due sconosciuti. 

Letto 2859 volte Ultima modifica il Lunedì, 22 Agosto 2016 13:27
Alfredo Sprovieri

Alfredo Sprovieri, classe 1982, giornalista free lance. Si occupa di reportage e giornalismo d’inchiesta, fra le tante è stato redattore centrale a Calabria Ora e inviato per Vanity Fair. Fondatore e direttore di Mmasciata.it (@Calabria Web Award 2015) è stato anche autore per l’Indro.it (@Italia Web Awards 2013).

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